Il Giorno della memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell'Olocausto. È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. “In Italia – spiega Roberto Jarach, Presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, da noi interpellato – è stata istituita dalla legge nazionale n. 211 del 20 luglio 2000. Una ricorrenza, sottolineo civile, la cui finalità è di educare e formare le giovani generazioni, aprendo un percorso di riflessione sulla storia e le responsabilità della società civile. La Shoah rappresenta, infatti, tuttora un rischio per tutto il mondo in quanto muove da un antisemitismo latente, di cui i giovani devono prendere consapevolezza. Una caratteristica che la distingue da altri genocidi”.
Tuttavia, accanto alla ricorrenza civile, il mondo religioso ebraico dedica anche alcuni momenti particolari alle vittime della Shoah. “Innanzitutto – precisa Gadi Luzzatto Voghera, Direttore della Fondazione Centro Documentazione Ebraica Contemporanea – non è una festa, perché si ricordano le vittime di uno sterminio. Si tratta, invece, di un appuntamento del calendario civile. A tutt’oggi rimane, infatti, molto controversa la rielaborazione religiosa della Shoah”.
Secondo la tradizione ebraica, i 6 milioni di ebrei morti per le deportazioni della Seconda Guerra mondiale vengono ricordati nel corso di una ricorrenza già esistente da millenni, il digiuno del 10 di Tevet, che ricorda l’inizio dell’assedio di Gerusalemme da parte di Nabuccodonosor: in tale occasione viene recitata una preghiera per i defunti.
“Già dalla fine della Seconda Guerra mondiale le autorità religiose stabilirono un giorno del calendario ebraico in cui dedicare un momento in onore delle vittime – spiega Luzzatto Voghera -. Così ad esempio in Israele, si osserva minuto di silenzio in cui tutto e tutti si fermano, in occasione di Yom ha-Shoà, ma non è previsto uno specifico rituale religioso. Solo da qualche anno, e in forma non ufficiale, è stato avviato il tentativo di ricordare le vittime dello sterminio a Pèsach durante la Cena pasquale, leggendo una formula che tiene insieme il ricordo storico delle vittime e quella della resistenza del Ghetto di Varsavia, riscattando in tal modo l’immagine dell’ebreo, visto solo come vittima, ma rendendo onore anche al suo estremo tentativo di opposizione.”
”Il Rituale della Rimembranza”, il nome della preghiera che alcuni leggono durante nella prima sera di Pèsach, la “notte di guardia”, “notte prescelta” a cui sono legati secondo la tradizione moltissimi eventi della storia ebraica, compreso il futuro arrivo del Messia, nasce proprio dal fatto che la rivolta di Varsavia iniziò a Pèsach, nel mese di aprile del 1943. Il testo, recitato in piedi dopo la terza delle quattro coppe, cioè dopo la Birkhath ha-mazon, la benedizione del pasto, recita così: “In questa notte di rimembranza noi eleviamo con dolore e pietà il nostro pensiero ai sei milioni di nostri fratelli dispersi in Europa che morirono per mano di un tiranno malvagio, che infierì contro il nostro popolo ancor più spietatamente del faraone. E questo fu l'ordine del tiranno agli esecutori dei suoi comandi criminosi: Andate, e annientiamoli come popolo. E il suo nome di Israele non sia più ricordato. Ed essi uccisero e fecero scomparire gli innocenti e i puri, uomini, donne e bambini, con gas velenosi e con forni crematori. Non possiamo dilungarci a raccontare la crudeltà delle loro azioni per non profanare quell'aspetto divino che il Creatore ha concesso all'uomo. Quelli del nostro popolo che vennero a trovarsi nei ghetti e nei campi di sterminio sacrificarono la vita per la santificazione del Nome. E molti di essi con grande eroismo insorsero contro i malvagi, combattendo aspramente fino alla morte. Fu nella prima sera della Festa di Pèsach che insorsero i superstiti del Ghetto di Varsavia e combatterono come, a suo tempo, Jehudah ha-Makkabi. Coloro che nel corso della loro vita erano stati degni di amore e di simpatia non si smentirono nel momento della morte e tennero alto l'onore di Israele. E dal profondo della loro anima i Martiri trassero la forza di cantare: Ani ma'amin be-viath ha-Mashach! Io credo nella venuta del Messia!”,
Parole cariche di sofferenza, di verità storica e anche di pietà verso l’aspetto divino che si trova in ogni uomo, anche il più malvagio. Un insegnamento da condividere, da trasmettere alle giovani generazioni. Parole per non dimenticare.