Primo giorno di scuola: da rito nazionale a esperienza differenziata

Da ottobre a settembre: la metamorfosi del calendario scolastico in mezzo secolo di storia. In Lombardia si torna in classe il 14

C’era un tempo in cui il primo di ottobre non era solo il primo del mese autunnale per eccellenza, quello delle prime giacche, dei pomeriggi corti, dello splendido spettacolo del foliage, della sensazione che l’estate fosse definitivamente alle spalle.
Fino al 1976 il primo di ottobre, San Remigio, era il primo giorno di scuola e i bambini che varcavano la soglia della prima elementare erano i “remigini”.
Un rito nazionale collettivo che accomunava Nord e Sud: grembiule, cartella e via in classe! Una pagina di storia, patrimonio della nostra memoria.
La data, scelta e mantenuta in un’Italia socialmente ed economicamente molto diversa da quella di oggi, permetteva alle famiglie contadine di contare sull’aiuto dei figli per la vendemmia. Consentiva inoltre a chi veniva rimandato a settembre di sostenere gli esami prima dell’inizio dell’anno scolastico. Gli esami di riparazione erano una dura realtà per milioni di bambini sia alle elementari che alle medie.

Passano gli anni e, sotto la spinta di diversi cambiamenti, il nostro Paese comincia la trasformazione: in una società meno agricola e più industriale e urbana nascono fabbriche, uffici, servizi; cambiano i tempi del lavoro, i ritmi sociali e le esigenze familiari.
In questo mutato scenario nazionale, la scuola si prepara a rivoluzionare il proprio ordinamento.
Già nei primi anni ’70, e senza una legge che lo stabilisse in maniera perentoria, erano finite in fondo agli armadi le “divise”: basta grembiuli e fiocchi, spazio a jeans e magliette.
Nel 1977
cambiò tutto. La legge 517, approvata dal Parlamento il 4 agosto, non solo anticipava il rientro in classe a settembre, ma ridisegnava il modo di fare didattica e di includere gli studenti nelle scuole dell’obbligo. Eliminava gli esami di riparazione e i voti in pagella; aboliva le classi differenziali, introducendo la figura dell’insegnante di sostegno. Stabiliva che le lezioni dovessero rincominciare a settembre.
Messi in pensione i “remigini”, ulteriori vent’anni di trasformazioni e riforme prepararono il terreno all’autonomia scolastica.
La legge “Bassanini” del 1997 pose le basi della metamorfosi. Con il decentramento delle competenze, nel 2002 la gestione del calendario scolastico passò alle Regioni.
Così è ancora oggi. Con la campanella che suona in ordine sparso.
Quest’anno i ragazzi del Trentino, del Veneto e della Valle d’Aosta sono stati i primi a tornare sui banchi e dal 14 settembre lo saranno anche gli studenti delle primarie e secondarie lombarde (le scuole dell’infanzia sono aperte dal 7 settembre) insieme a quelli di Piemonte, Liguria, Friuli, Marche, Molise e Umbria.
Il 15 settembre toccherà a Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Sicilia e Toscana, mentre il giorno dopo sarà il turno di Basilicata, Abruzzo e Sardegna.
A chiudere la fila sarà la Puglia giovedì 17 settembre.

Quello che era un rito nazionale collettivo è diventato un’esperienza differenziata, specchio delle esigenze geografiche, sociali ed economiche del territorio e dei suoi abitanti. Una flessibilità che non si esprime solo a livello regionale, ma anche all’interno dei singoli istituti scolastici, che, sia pure nel rispetto dei vincoli previsti, hanno la possibilità di contare su una maggiore autonomia organizzativa e didattica.
Curiosamente, quest’estate, genitori, insegnanti e operatori turistici hanno innescato un ampio dibattito, proponendo di posticipare il rientro in classe. Dietro la richiesta si nasconderebbero ragioni di sostenibilità climatica: gran parte delle aule, infatti, è sprovvista di impianti di condizionamento. In Lombardia, per esempio, solamente il 7,3% dei plessi ne è dotato.
A spingere in questa direzione sarebbero inoltre interessi economici, legati alla gestione dei bilanci familiari e all’allungamento della stagionalità.
Secondo Fenailp Turismo, la Federazione nazionale che rappresenta le imprese del settore, settembre è infatti particolarmente attrattivo per i prezzi accessibili. Posticipare le attività scolastiche, quindi, consentirebbe alle strutture ricettive di distribuire meglio i flussi turistici, di prolungare i contratti dei lavoratori stagionali e di trasformare settembre da mese coda dell’estate a periodo pienamente produttivo per l’intero comparto.
Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha già previsto contributi e finanziamenti per impianti di raffrescamento nelle aule, per ora frena. Le resistenze riguardano soprattutto i giorni minimi di lezione: ritardare l’apertura delle scuole potrebbe comportare un drastico taglio delle vacanze natalizie e pasquali.
Intanto, però, se ne continua a parlare e un quotidiano online della bergamasca nei giorni scorsi ha deciso di lanciare un sondaggio per conoscere l’opinione dei lettori.

La storia è una ruota che gira. E non è detto che quel primo di ottobre, messo in archivio da mezzo secolo insieme ai suoi “remigini”, prima o poi non ritorni.