Quella peste di Giò Ponti: una storia tra epidemie, antichi luoghi e creatività

Anche Gio’ Ponti, pioniere della moderna architettura civile e “padre” del nostro Pirellone, dove ha sede il Consiglio regionale della Lombardia, ebbe a che fare con la peste. Non in maniera diretta, né sotto forma di contagio, ma come memoria e fenomeno sociale che lui seppe reinterpretare, dando nuova forma e significato a un luogo.

IL FOPPPONINO DI PORTA VERCELLINA
Siamo a Milano, nei pressi del carcere di San Vittore, dove il rettilineo dei viali che dalla Darsena passa sotto l’istituto penitenziario, improvvisamente curva a 90 gradi. Nella parte sinistra dell’ansa, che si apre su piazzale Aquileia, si trova un portale barocco. Si tratta di una Cappella dei Morti, risalente al 1640 e riconoscibile dalla decorazione dei due teschi (in origine tre) e da un’incisione che recita: “Ciò che sarete voi, noi siamo adesso/ Chi si scorda di noi, scorda se stesso”. L’edicola delimita un piccolo giardino, all’interno del quale sorge una chiesetta. Si tratta del vecchio “ Fopponino” (in dialetto milanese, il termine indica proprio la fossa) o “cimitero di Porta Vigentina” uno dei più importanti di Milano.
La sua esistenza risale all’epoca spagnola, durante la prima grande peste, detta di S.Carlo, quando per dare sepoltura in luoghi fuori dalle mura della città, le autorità sanitarie destinarono quest’area per delle fosse comuni. Nel 1630, durante la seconda grande pestilenza di Milano, nota anche come “ la peste del Manzoni” perché citata ne “I Promessi Sposi”, al “Fopponino di Porta Vercellina”, venne annesso un Lazzaretto con 715 capanne per gli appestati e una chiesetta di modeste dimensioni, dedicata a Santi Giovanni Battista e Carlo.
L’uso cimiteriale dell’area, che venne poi ampliata anche per ospitare dall’inizio del 1800 anche il cimitero israelitico, proseguì fino al 1895, quando, anche per esigenze sanitarie legate alla composizione argillosa del terreno, ma soprattutto per la costruzione del più ampio sito di Musocco venne chiuso e bonificato. L’area, dove sorge tuttora la chiesa SS. Giovanni Battista e Carlo al Fopponino, venne quindi accatastata alla parrocchia di San Pietro in Sala, in piazza Wagner. Da questa si staccò nel 1958, dando vita alla parrocchia di San Francesco d'Assisi al Fopponino. Fu allora che questa storia milanese si intrecciò con quella di Giò Ponti. In quel periodo il grande architetto abitava, insieme alla sua famiglia, all’ultimo piano di un condominio da lui stesso progettato, che si affaccia sul Parco Solari, riconoscibile ancora oggi per via della facciata a bande sovrapposte, di cui gli abitanti avevano potuto, nei limiti del proprio piano, scegliere il proprio colore.

IL PROGETTO DI PONTI
Fu l'Unione commercianti a spingere per l'edificazione di una nuova chiesa, che potesse accogliere i nuovi residenti della zona ovest della città. Le vicende progettuali e costruttive impegnarono diversi anni, vedendo il concorso di grandi nomi dell'architettura milanese. Accantonati i progetti di Giovanni Muzio, all'inizio del 1961 si diede corso al progetto di Giò Ponti. La posa della prima pietra avvenne proprio quell’anno, precisamente il 4 maggio, data che oggi intreccia ancora una volta Milano a una situazione di epidemiaI lavori si conclusero nel 1964 e, a maggio, la nuova chiesa venne solennemente dedicata a S. Francesco d'Assisi, patrono dei commercianti.
Il progetto di Giò Ponti era caratterizzato da uno stile estremamente sobrio "francescano", con pochi elementi decorativi per mettere in risalto l'essenzialità delle forme e lo slancio verso l'alto della struttura. Rispetto al giardino che aveva ospitato il Foppone, la chiesa si erge alle spalle, affacciandosi sulla strada con un sagrato stretto fra due edifici vicini (anch'essi edifici religiosi, anch'essi di Ponti). “ L'invenzione – come illustrato dal sito dell’Archivio Giò Ponti – è stata il legare le tre facciate in un motivo unico, spettacolare, che incamera il cielo: il sagrato diventa il cuore esterno di questa chiesa”.
Altro elemento peculiare, la presenza della larga rampa di accesso, che sarà ripreso più tardi nella chiesa per l'ospedale di San Carlo, nel1966. Ma questa è un’altra storia che lega Milano ai luoghi dedicati alla cura degli ammalati e alla capacità dei suoi cittadini di ripensare momenti di difficoltà, ripartendo con ingegno e fantasia.