Dalla Valcamonica al mondo: il mestiere di pastore nella vita di Tino Ziliani

Manca un pastore a questo Natale. E non si tratta di una statuetta del Presepe. Si chiamava Tino Ziliani ed è mancato improvvisamente, all'età di 67 anni, il 24 febbraio di quest'anno. Presidente e fondatore dell’Associazione pastori lombardi è stato per lunghi decenni rappresentante illustre e conosciuto a livello internazionale – a lui andarono diverse onorificenze e premi del settore – di un’arte lombarda antica e straordinariamente ricca di cultura, conoscenze tecniche, oltre che di rapporti umani che dalla nativa Valcamonica si spargevano in tutto il nord Italia, in Svizzera, Francia, Austria fino in Australia. La Valcamonica, infatti insieme alle valli Seriana, di Scalve e Borlezza rappresenta la culla della pastorizia transumante lombarda, un sistema sviluppatosi nel Medioevo attorno alla razza ovina bergamasca.

Come ricostruito da Michele Corti, suo amico e collaboratore, nel sito di cultura rurale www.ruralpini.it, Ziliani era nato il 29 luglio 1952 in una famiglia di pastori di Pian Camuno (BS). Pastori transumanti erano gli avi, pastore il nonno e il papà Battista, classe 1901. Una sorta di “endogamia professionale”, cui Ziliani derogava solo raramente, accogliendo nella sua cerchia di apprendisti, giovani che da altri ambienti e professioni decidevano di “convertirsi” alla pastorizia.

La storia di Ziliani, occhi e baffi scuri sotto il cappello puntuto alla calabrese, racchiude in sé tutto il mondo contemporaneo dei pastori transumanti – quindi itineranti – e sino a qualche decennio fa etichettati come cingali (zingari), in opposizione ai contadini – sedentari perché legati al ciclo della semina-raccolto. Fuori dagli stereotipi folkloristici, la cultura pastorale di Tino Ziliani abbracciava il mondo: senza di lui la Lombardia non vanterebbe il riconoscimento Unesco della transumanza come patrimonio immateriale. A lui si devono il Festival del pastoralismo e tante iniziative nate dalla un’attività poliedrica e cosmopolitica che legava i temi della transumanza ovina, alla produzione della lana e all’industria tessile, alle preparazioni a base di carne ovina e all’enogastronomia.

Il “mestiere” di pastore – almeno così come vissuto da Ziliani – non si limitava, infatti, all’accudimento delle pecore (o delle mucche) ma sfociava naturalmente all’attività di tosatura di cui Ziliani era molto più che esperto. Grazie alle conoscenze acquisite all'estero, Tino riuscì a mettere insieme una squadra internazionale composta da tosatori professionisti: sardi, francesi, spagnoli, neozelandesi. Grazie a una buona organizzazione, la squadra riusciva a tosare in un giorno (o due) tutti i capi di greggi anche di grandi dimensioni fornendo un servizio prezioso ai pastori a costi contenuti. Il ritmo di tosa di Tino era di 250-300 pecore al giorno, quello dei tosatori "ordinari" di 150-180.

Una storia, quella di Ziliani, che ben si accompagna alla festa del Natale, in cui tradizionalmente l’annuncio della nascita di Gesù viene da principio comunicato ai pastori, custodi non solo di saperi, ma anche di un legame equilibrato e rispettoso del paesaggio e degli animali, in quell’ottica di “ecologia integrale” lanciata da Papa Francesco nell’enciclica “Laudato sì”.